from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

L’esilio impossibile

Trovo un biglietto nella bucalettere di casa: sono le coordinate per domani, dove il Domani, ora lo so, potrebbe iniziare entro pochi minuti, secondi? ad essere positivi mi concedo qualche ora, tempo di mangiare qualcosa.. un tentativo di posticipare, ripetendo, posticipare ancora future immobilità sconosciute fra le mura di casa. E’ qui che non mi conosco, qui dove si è staccato il mio cordone ombelicale, mantenuto, trattenuto, violato, curato e mai concesso a nessuno che provenisse da fuori. Io che vengo da fuori non sono mai uscita. Io che provengo da terre lontane, non le ho mai visitate. Io che sono partita per sottrarmi ad una fede, non ne ho mai trovata un’altra. Fuggire sì, per salvarsi la vita! ma la situazione attuale, perenne e soffocante, si rivela in una continua ricerca della stessa vita esasperata. Non è più una battaglia per la vita, ma con la vita, nella vita del quotidiano.
Da qui sembra che quegli alberi siano di un’altezza esorbitante; sembra impossibile che quei rami così sottili restino fermi nell’aria malgrado la loro posizione. La mia visuale è bloccata e da qui non posso vedere i tronchi, non vedo da dove partano quegli alberi. Poi mi rendo conto. C’è una collina ad innalzare il suolo della mia posizione. Il mio punto di vista non rispecchia quello delle radici, posso sottrarmi così dal non sapere, raggiungo il motivo, mi cullo nel sapere che se gli arbusti che vedo svettano imponenti e leggeri nel cielo un motivo c’è. Ad avere uno specchio con me potrei osservare il sorriso che spezza il mio volto, nel contemplare il pensiero che mi ci sono voluti tre anni di analisi per raggiungere un simile rassicurante pensiero. C’è una base che sostiene il mondo, e questa base non sono io. Non sono le mie braccia, non la mia fatica, non il mio corpo di pietra immobile. Io sono qui, discosta per scelta personale, presente fra gli altri per volontà altrui.
C’è stato l’atto di donarmi la vita. Poi crescendo uno si sceglie i nemici da combattere; a volte ne basta uno, abbastanza grande, ed è per sempre. In altri casi ci si districa fra migliaia di batteri, e non si ha un attimo di tregua, l’occhio vibra, trema nell’incessante lavorio dell’animo verso il corpo, verso il mondo. Io però, a mio tempo, a mio modo, chissà poi per quale motivo, non mi sono scelta un avversario che fosse abbastanza cattivo da poter combattere ed abbastanza buono da non uccidermi prima del tempo. Io mi sono presa l’intera faccenda, la vita insomma, come male supremo; e siccome uno il nemico lo fronteggia, sì, ma allo stesso tempo se lo tiene sulle spalle, mi sono fatta carico di un peso senza dubbio eccessivo. Per chiunque lo sarebbe stato. Non colgo il fiore del mio malessere, dev’essere che non è ancora sbocciato. Non conosco il nome del luogo dal quale sono partita con il mio fardello. Non ancora perlomeno. So, per altro, che il viaggio mi ha presto portata alle porte di un camposanto; e dovevo essere già molto stanca, dopo un breve cammino, io, con il mio carico di vita. Rifletto, e penso che la coscienza che ci mostra al mondo conti ben poco nella vita, quanto più, e sempre più me ne sto rendendo conto, scopro come sia l’arcana sapienza che è già in noi, che era già-noi prima che noi-fossimo per gli altri, a sospingerci verso scelte che dell’azzardo hanno ben poco; scelte mirate, astute, per così dire motivate.
Ecco, questo per dire che una volta giunta alle porte del suddetto camposanto, dev’essere che mi sono fermata, stravolta, ed ho accettato il compromesso che mi avrebbe legata per sempre, o così immaginavo allora, alla mia sola, attraente, molesta, greve, irrespirabile, indigesta, unica nemica. Questo patto, l’unico che mi avrebbe evitato di dover proseguire il cammino attraverso la vita, era peraltro semplice. Il mio corpo si è trasformato in pietra, mostruosamente immobile, ed ho preso su di me, sulle mie braccia ora marmoree, il mondo intero, o perlomeno quello che la mia vita rappresentava nel mondo. Arcana, come dicevo, questa figura di Atlante che sorregge il globo, e l’espressione affaticata come unica possibilità. La mia richiesta di non combattere più come ultima azione volontaria, di buttare le armi di fronte ad una sfida troppo grande, mi vedeva obbligata al solo compromesso concessomi: che fossi io stessa l’unico sostegno alla vita, e da quel momento in avanti (o meglio, da quel momento in quel posto, per sempre) immobile, come sotterrata. La mia effigie e il mio epitaffio: l’immagine del mondo.
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you might/your might

Spingendo verso il fiume, spingendo per il fiume, non avendo niente se non violenza, bambina, potenza ritmica del respiro idiota che rincuora e soddisfa, che strazia e distrugge, ambiguità di progetto, ma possiamo ancora camminare. Affluenze ristoratrici giocano sullo sfondo industriale nella giornata di primavera, e tutto tace ancora, spingendo. Accumulando la ritrovata serenità in pile fosforescenti in una notte di cinema tempestosa, cercando il suono, trovando sdegno. Abbiamo ancora le nostre pozze. Senza più dubbio alcuno ci decidiamo sul-cosa-fare, come un pranzo sulla tavola, la colazione la domenica, affollando le nostre menti come caotiche città suburbane e grigie, e giardini di felicità. Credo di dover essere lasciata sola, non giusto per evitare il disastro, ma proprio per permettere una direzione che sia quella che deve essere. Non corrisponde, lo so. Non si capisce, ma come? Ho sempre pensato ad una diversa ambientazione nel retroscena, cos’è successo? Il grande sogno si sta delineando, poco importa dove ti trovi adesso, siamo lontani dal vero, siamo lontani dal reale, ben lontani da qui. noi ce e stiamo sulla porta a fissare l’infinito mentre l’infinito se ne frega di noi, giocando con le ultime lucciole rimaste. era chiaro allora, non ha smesso di esserlo: non voglio una voce, non voglio una forma e neppure un colore. stamattina non ho capito se quella che ho visto ero io e non ne sono ancora sicura. quindi mi ricerco camminando, lungo il fiume, come spia, come pesce fuori dall’acqua, una crociata contro me stessa. mi muovo e mi commuovo ad ogni passo di più, e di tanto in tanto mi confondo notando lo sguardo delle persone che incrocio. ho sempre l’impressione di aver scelto la direzione sbagliata, quando sono l’unica, quando sono sola, e mai come durante quei momenti, angoscia e soddisfazione camminano di fianco l’una all’altra. distruggo ogni figura che incrocia il mio passo come pedina, perché non reale, lo sai, solo fonte di altri pensieri, generatori di nuovi legami. ti giuro che mi sto ancora chiedendo come ti ho perso, sapendo che averti lontano ti salverà da ogni equivoco, ed ogni spiegazione avrà la meglio non essendosi dovuta rivelare. eppure continui a parlarmi attraverso le cose e vorrei che la smettessi, perché non sono sicura, non faccio in tempo a raccogliere ogni cosa, non ho spazio nella borsa per te. smettila di parlare, perché la vita terrena non ha senso laddove non c’e distinzione, laddove non si conosce la distinzione – è l’universo, è la tua pelle. Ma dopo tutto, ti decideresti a rispondermi? -Dovrei rileggere?

merda, c’è un dinosauro sulla spiaggia

Immagine

Ammirevole destino logico ottuso io mi lascio tu mi lasci, non importa quanto come. Colmi vuoti con altri vuoti, sembra solo imbarazzante, guarda il cielo com’è basso e non rimproverare il sole. Nel frattempo le tue gambe hanno visto posti strani, la tua pelle strani odori. Non c’è modo di scoprire quelle immagini negli occhi o il crudele disappunto che ora scende nel tuo corpo. Nella stanza solo il posto, nelle ore solo il tempo, sì ti muovi, cambi il passo, non ha fretta questo giorno. Quando scegli non pensare, e quando pensi no, non scegliere, aggiustando l’innocenza, è rimasta, è ancora molta. Poi ritorni, ti contrai, usi logica, usi ritmo.
Quindi. Scegli chi di te non ha bisogno ma sei accurato, come se non avessi avuto scelta. Lo ripeti, provi a dirlo, voglio imparare l’umiltà.

Quando imparai a separare le parole nella mia testa, cominciai a non vedere altro. La velocità mi sfiorava appena, e in quei momenti me ne restavo lì, a pensare alle parole. I fleurs di battiato giravano veloci nella macchina, anche loro assunti a parole ed i miei sette anni, appena fuggiti da quel conflitto, ritrovarono posto nel latente ascolto dei vecchi amanti. Ecco forse l’in(d)izio di quello che poi diventò non solo un piacere, ma proprio un bisogno di ritrovarmi costantemente di fronte a qualcosa che mi sovrastasse, che non potessi sovrastare, e che nemmeno lo volessi. Il professore, il libro, qualcosa che davvero non avrei potuto spiegare meglio.  Dimmi qualcosa che non so e la imparerò a memoria, poi dammene ancora. presentami la tua conoscenza, dammi un quadro di riferimento che funzioni perfettamente, mostrami un processo, una linea guida, una freccia che non contempli il caso. Il senso arriverà da ultimo, poco prima di desistere e di decidere di passare ad altro, arriverò in fondo senza ancora aver capito; forse devo fare ripartire la canzone, o magari mi devo arrendere e passare alla prossima, ma che ci sia sempre qualcosa (da ascoltare, da imparare, da ripetere).

Credo questo, quell’inizio; ho guardato all’altitudine e non sono stata pronta a raccogliere nulla per un tempo che mi è sembrato infinito. Mi aggiravo per i campi, seguivo solo il rumore dei miei passi e non volevo, l’avrei giurato, che qualcuno mi seguisse. Incredibile come non si possa perdere niente che si è vissuto, aggirandoci sempre nella stessa maniera dei nostri inizi, ma talvolta cambiando sguardo, talvolta incrociandolo, fra il grano, al limitare della foresta, giallo e buio, sempre attenti alla prossima azione, ma comunque non curanti al momento della scelta.

pro, logo.

Un circolo vizioso emotivo che consuma da sé l’intero nutrimento della terra. L’essere vivente unico, solo, che si aggira per le strade di Londra, impaziente inclinato e refrattario, un’ingiuria del suo volto e il mondo si ferma. Non riconosce pace, stenta a credere ad una guerra liberata, non s’immagina nemmeno una via d’uscita. Way out, way out! o cambia linea d’attacco, la difesa già la conosci sei imbattibile. Fuoriuscito dal grembo sotterraneo, niente esiste che ti trattenga, sei in completa balìa della strada e alla disperata ricerca di una direzione che, cazzo! lo sai che non esiste. Impari a memoria col tempo il susseguirsi delle emozioni che tempestano il tuo corpo, ma l’abitudine non è senso, è forse disciplina, ma non nutrimento. Puoi anche scordartelo che mi mangerò questa piccola tristezza, non è sufficiente, lo capisci che non è abbastanza? Allora vediamoci domani, non preoccuparti, ci ritroveremo. E poi chi dice che dovresti mangiartela? Cos’altro dovrei farmene scusa? No, aspetta. E’ il momento di tornare indietro, e allora…

Io più in là di così non riesco ad andare. Oltre questa mia stanza rossa, oltre questo treno che ci porta esattamente dove vuole. Ora che tutto quel che mi servirebbe è nelle tue mani – il mio libro, la mia penna, il mio quaderno – non ho nemmeno la presunzione di potermi preoccupare che tutto tornerà al suo posto. L’ordine naturale delle cose viene frantumato silenziosamente da un’altra parte di me, indisciplinata, sgradevole in tutto. Eppure potrei finalmente cominciare a fidarmi delle persone, di te, che ora hai tutto quel che mi servirebbe (la ripetizione è madre, qui).

Credevo di non dovermi più preoccupare dell’andamento dei gesti pensati in precedenza, e invece no, i piani svaniscono, ed a supplire a questa mancanza non c’è null’altro se non il rancore. Ti do la colpa perché è l’unica cosa che ultimamente sono capace di fare.

I fantasmi notturni, quelli che da qualche tempo mi tengono compagnia, mi fanno visita ancora, di nuovo; li lascio perdere sapendo che, similemente alle persone che saltuariamente incontro, se ne andranno via. Manco a dovermene stupire, tutti fanno il loro ritorno, e per un attimo la speranza è un po’ meno rassegnazione, ma il cerchio è sempre un cerchio, non si romperà tanto facilmente (non sai che fatica averlo scritto, il cerchio non s’aprirà mai).

Ora ti penso, taccio nuovamente quel che vorrei saperti dire.

Vorrei conoscere una persona fino in fondo, vorrei prendermi cura di lei, vorrei che riponesse la sua fiducia senza scrupoli, e che prendesse la mia. Vorrei che mi obbligasse a seguirla, che mi complicasse la vita, che non volgesse lo sguardo altrove, che mi tenga e mi trattenga.

Assuefazione e novità.
Tu mi metti in soggezione, non smettere.
Lascio te e la tua notte d’amore, poiché di questo sempre si tratta.
Riconosco una parte di te che m’è apparsa inaspettata; quest’ultimo anno è stato di scoperta. (scritto ad un certo punto del MMIX o MMX)

Non che avessi davvero avuto bisogno di una rimpatriata in me stessa, ma è proprio durante queste occasioni che mi ripeto e ci prendo gusto a farlo. Disorganizzazione disciplinata, manco di segnalare alla mia persona i tratti essenziali dell’esistenza poiché mi sfuggono, come atomi d’aria di troppo, laggiù, lungo una delle strade che oggi non percorrerò. Ammetto e concludo, ebbene, faccio leva su di me. Concordo, creo ipotesi ipersensibili e raccomando ciò che non mi conviene, poi faccio sogni orribili sul piano sotterraneo dell’edificio della mia scuola. Non azzardo promesse future, mi basta calcolare e collocare i prossimi cinque minuti, and that’s all. Forse penso, e ritocco l’affresco della mia solitudine piena di persone osservandolo da un retroscena impolverato, poi esco e solco mari che sembrano infiniti, mi riempio d’acqua nell’attesa di un terreno asciutto sul quale asciugarmi. Per sempre mai più come ora, mi dissi quel giorno, per sempre mai più, ed eccomi di nuovo qua.